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The M. Point

28 settembre 2016

La ballata di Adam Henry

TITOLO: La ballata di Adam Henry

AUTORE: Ian McEwan

CASA EDITRICE: Einaudi (collana Supercoralli)

ANNO: 2014

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«Il compito di Fiona non era salvarlo, ma stabilire cosa fosse giusto o legale»
Fiona Maye è giudice cinquantanovenne dell’Alta Corte al Tribunale sezione famiglia, nella Londra dei giorni nostri. Donna definita «di divino distacco e diabolica perspicacia», appartiene alla legge come certe donne del passato si erano votate spose di Cristo. Sposata da trentacinque anni con Jack, la loro vita coniugale non è stata allietata dall’arrivo di figli. Tutto scorre ragionevolmente e sobriamente, nella vita ordinata di Fiona: le laceranti dispute a cui tenta di porre rimedio, le occasionali esibizioni come pianista, i viaggi in luoghi esclusivi con il marito, la bella casa nel bel quartiere.
Finché un giorno, quello stesso marito con cui ha condiviso tutto, la lascia per Melanie, ventottenne ed esperta di statistica. Mentre Jack parla, in casa il silenzio è assordante: si sente il ticchettio del ghiaccio nel bicchiere del liquore, la pioggia insistente alle finestre, e infine i passi rimbombanti del marito, mentre percorre il corridoio e chiude la porta, un’ultima volta. Jack l’avrebbe lasciata e il mondo sarebbe andato avanti lo stesso: d’altra parte Fiona, come tutta Londra, aveva un lavoro da cominciare. Il lavoro ha un nome: Adam Henry, giovanotto di diciassette anni e nove mesi. Troppo piccolo per decidere legalmente della propria vita, abbastanza grande da voler morire. Poeta e violinista in erba, Adam è anche affetto da una forma aggressiva di leucemia, e rifiuta ostinatamente la trasfusione che potrebbe salvarlo. Adam è Testimone di Geova e «vuole vivere secondo i suoi principî, lui». Fiona è chiamata a decidere del destino del giovane, in deroga al suo sistema morale. 
La decisione è urgentissima: la Corte ha un pomeriggio soltanto per emettere la sentenza. Inaspettatamente, il giudice va in ospedale: si trova davanti un ragazzo violaceo e affilato, pallido e fragile. Eppure rifulgente. Adam Henry ha un’innocenza appassionata, trabocca di espansività puerile, di passione e delicatezza. L’incontro è un prodigioso altalenare tra alto e basso, tra aulicità e concretezza carnale. Finché Adam prende il violino, e, nonostante la malattia, suona. «Sentire Adam suonare la commosse, e la turbò nel profondo. Chi prende in mano un violino, o qualunque altro strumento musicale, compie un gesto di speranza che comporta il desiderio di un futuro». Alla domanda sul rifiuto delle cure, Adam inizia un sermone appassionato, sostenuto da una giovanile idea romantica della sofferenza «Sarebbe terribile, terribile. Ma se le cose stanno così, dovrò accettarlo». A chi spetta il giudizio? Sono davvero i tre mesi che lo separano dalla maggiore età a togliergli la sacra facoltà di decidere per se stesso? Forse Adam è diretto a passo solenne verso qualcosa di terribile, ma è giustal’intrusione così intima di un tribunale laico? Forse che le religioni, i sistemi morali, svettano gli uni sugli altri per rilevanza e correttezza? Isolati dal mondo, come in un eterno crepuscolo, Adam e Fiona, antitetici per ogni cosa, sono alla ricerca di verità elementari indispensabili. 
McEwan, come d’abitudine, non sbaglia una parola. Si conferma maestro di prosa asciutta, essenziale: scevra di sentimentalismi e ricca di evocazioni, quasi tattili. Accenna, e lo fa perfettamente, con magistrale franchezza e incisività. Nella sua storia, ogni aggettivo, ogni nome, persino ogni verbo è al posto giusto, e non potrebbe essere altrimenti. Una scrittura limpida, pertinente, di elegante solennità e dolorosamente umana, che descrive in modo perfetto, quasi tagliente, i dilemmi morali di ognuno di noi. Questo è un romanzo calato nella realtà, eppure tocca vette immense, assurgendo l’incontro tra Fiona e Adam come l’incontro universale. Il bisogno d’amore e di attenzione disinteressata di Adam, così adolescenziale, smette di essere sinonimo di una condizione esclusiva, e diviene nostro. Il tentennamento di Fiona, il suo rifugiarsi dietro al gelido ruolo istituzionale, smette di essere appannaggio di un giudice dell’Alta Corte, e diviene un interrogativo pressante sul concetto di responsabilità. Mentre due esistenze fra tante si intrecciano indissolubilmente, McEwan parla con noi, con ognuna delle nostre coscienze, e ci pone davanti l’immensa tragedia, evitabile eppure così consequenziale, di scelte minuscole: siamo responsabili della persona che salviamo? Che così ingenuamente e appassionatamente si aggrappa a noi? Un romanzo – o un manifesto – indispensabile, il capolavoro di McEwan: una storia specifica e quindi universale, esemplificata e quindi esemplificabile, che si conficca dentro, profondamente. Che ci lascia indignati, angosciati, nostalgici e furiosi. E non se ne va più. 
Ecco, se si cerca un motivo per continuare – o cominciare – a credere nella buona letteratura, e nei buoni scrittori, lo si trova ne La ballata di Adam Henry, e in Ian McEwan.​



Recensione pubblicata anche su Ibs

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Martina


Filosofa, manager, sommelier e bonvivant.

Amo allo stesso modo i libri e le maschere di tessuto.


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